Testimonianze degli storici dell'epoca riguardo a Gesù


Le testimonianze scritte a proposito di Gesù e dei suoi discepoli non si trovano solo nel Nuovo Testamento, ma sono presenti anche negli scritti dei più importanti storici del tempo.

Tra questi, il più noto è Giuseppe Flavio (37-103 d.c. circa), storico giudeo, governatore della Galilea e comandante dell'esercito giudaico nella rivolta antiromana che fu prima legato del Sinedrio ed in seguito consigliere al servizio dell'imperatore Vespasiano e di suo figlio Tito.

Nel capitolo diciottesimo della sua opera "Antichità giudaiche" (93-94 d.C.) egli scrisse: "Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani" (Ant. XVIII, 63-64).

Nel capitolo ventesimo parla invece della lapidazione avvenuta nel 62 di Giacomo (detto il Minore), che era a capo della comunità cristiana di Gerusalemme: "Anano […] convocò il sinedrio a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù, detto il Cristo, di nome Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione della legge e condannandoli alla lapidazione".

Non manca egli di fare riferimento anche a Giovanni Battista e al suo martirio: "Ad alcuni dei Giudei parve che l'esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l'uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo... … Ma quando si aggiunsero altre persone - infatti provarono il massimo piacere nell'ascoltare i suoi sermoni - temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione - parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione - ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l'iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso". (Ant. XVIII, 116-119).

Altra testimonianza molto importante è quella di Tacito, considerato come uno dei più grandi storici romani, che ricorda negli Annali le torture a cui furono sottoposti i primi cristiani: "Nerone si inventò dei colpevoli (per l'incendio di Roma) e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l'accusa dell'incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d'auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo" (Ann. XV, 44)

Come Tacito, anche Svetonio (120 d.C.), scriba dell'imperatore Adriano, parlò di Gesù ed i suoi discepoli nelle Epistole (X, 96). Per esempio nella "Vita di Claudio" egli scrisse: "Claudio espulse i giudei da Roma, visto che sotto l'impulso d'un certo Christus non cessavano di agitarsi" (Claudius 25).

Da queste testimonianze appare evidente che a quell'epoca il numero dei cristiani a Roma era già piuttosto numeroso e che l'odio del popolo romano contro di loro non era dovuto a delle loro cattive azioni, bensì al fatto che rifiutavano di aderire alla cultura pagana di Roma.

Tra l'altro sono state ritrovate anche delle epistole tra Plinio il Giovane e Traiano. In esse, Plinio voleva sapere se era lecito rilasciare i cristiani che avevano rinnegato la loro fede. Dalle sue lettere risulta anche che i sospettati di cristianesimo venivano obbligati ad adorare le divinità romane e a imprecare contro il nome di Cristo. La risposta di Traiano fu quella di perdonare e rilasciare tutti gli accusati che avevano in seguito rinnegato Cristo.

Ecco un breve frammento di una lettera scritta proprio da Plinio il Giovane: "Essi avevano l'abitudine di incontrarsi in un certo giorno prestabilito prima che facesse giorno, e quindi cantavano in versi alternati a Cristo, come a un dio, e pronunciavano il voto solenne di non compiere alcun delitto, né frode, furto o adulterio, né di mancare alla parola data, né di rifiutare la restituzione di un deposito; dopo ciò, era loro uso sciogliere l'assemblea e riunirsi poi nuovamente per partecipare al pasto - un cibo di tipo ordinario e innocuo" (Plinio, Epistole, trad. di W. Melmoth, revis. di W.M.L. Hutchinson, vol. II, X,96).

Il successore di Traiano, Publio Adriano, si dimostrò più clemente verso i cristiani, dicendo che essi dovevano essere processati solo se avevano commesso dei reati e non per il semplice fatto di essere cristiani (tuttavia a quel tempo le persecuzioni ai cristiani erano ancora presenti).

Luciano di Samosata, retore scettico di Samosata (120-180) nella sua opera intitolata "La morte di Peregrino" fa riferimento ai primi cristiani e a Gesù stesso. Infatti il protagonista dell'opera è Peregrino Proteo, un filosofo che per un certo periodo si convertì al cristianesimo. Ecco alcuni brani del racconto: "Allora Proteo venne a conoscenza della portentosa dottrina dei cristiani, frequentando in Palestina i loro sacerdoti e scribi. E che dunque? In un batter d'occhio li fece apparire tutti bambini, poiché egli tutto da solo era profeta, maestro del culto e guida delle loro adunanze, interpretava e spiegava i loro libri, e ne compose egli stesso molti, ed essi lo veneravano come un dio, se ne servivano come legislatore e lo avevano elevato a loro protettore a somiglianza di colui che essi venerano tuttora, l'uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione. […] Si sono persuasi infatti quei poveretti di essere affatto immortali e di vivere per l'eternità, per cui disprezzano la morte e i più si consegnano di buon grado. Inoltre il primo legislatore li ha convinti di essere tutti fratelli gli uni degli altri, dopoché abbandonarono gli dei greci, avendo trasgredito tutto in una volta, ed adorano quel medesimo sofista che era stato crocifisso e vivono secondo le sue leggi. Disprezzano dunque ogni bene indiscriminatamente e lo considerano comune, seguendo tali usanze senza alcuna precisa prova. Se dunque viene presso di loro qualche uomo ciarlatano e imbroglione, capace di sfruttare le circostanze, può subito diventare assai ricco, facendosi beffe di quegli uomini sciocchi" (De morte Per. XI-XIII).

Giungono anche testimonianze da Celso, intellettuale del secondo secolo e Frontone, autore di "Orazione contro i cristiani" nella quale, attraverso informazioni di seconda mano, calunniava i cristiani in tutti i modi rappresentandoli come idolatri e autori di riti macabri.

Galeno, noto medico e filosofo di Pergamo, pur non credendo in Cristo, fu sorpreso dalla moralità dei cristiani. Infatti scrisse: "I più tra gli uomini non sono in grado di comprendere con la mente un discorso dimostrativo consequenziale, per cui hanno bisogno, per essere educati, di miti. Così vediamo nel nostro tempo quegli uomini chiamati Cristiani trarre la propria fede dai miti. Essi, tuttavia, compiono le medesime azioni dei veri filosofi. Infatti, che disprezzino la morte e che, spinti da una sorta di ritegno, aborriscano i piaceri carnali, lo abbiamo tutti davanti agli occhi. Vi sono infatti tra loro sia uomini che donne i quali per tutta la vita si sono astenuti dai rapporti; e vi sono anche coloro che sono a tal punto progrediti nel dominare e dirigere gli animi, e nella più tenace ricerca della virtù, da non cedere in nulla ai veri filosofi".

Anche gli storici dell'epoca certificarono dunque l'esistenza di un uomo chiamato Gesù, il quale fece dei miracoli, predicò la salvezza e l'amore per il prossimo e morì sulla croce. Queste testimonianze sono particolarmente importanti e credibili perché provengono da persone che furono particolarmente ostili alla fede cristiana e che dunque non avevano nessun interesse a proclamare il messaggio di Cristo.