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Dopo queste cose, Dio mise
alla prova Abraamo e gli disse: «Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». E Dio
disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e
va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti
che ti dirò». Abraamo si alzò la mattina di buon'ora, sellò il suo asino,
prese con sé due suoi servi e suo figlio Isacco, spaccò della legna per
l'olocausto, poi partì verso il luogo che Dio gli aveva indicato.
In questo capitolo vengono elencati svariati esempi di gloriosi atti di fede, ma nessuno di questi è paragonabile al gesto d'obbedienza di Abramo. L'obbedienza e lo spirito di sacrificio di chi è disposto a dare fisicamente il proprio amato figlio va al di là della nostra immaginazione e questa vicenda serve anche a farci comprendere la grandezza del sacrificio compiuto dal Padre mandando Gesù a morire per noi. La grande differenza tra questi due atti fu che nel primo caso Dio mandò un angelo a frenare la mano che stava uccidendo Isacco, mentre nel secondo caso per amore dell'uomo Egli permise che il Suo amato Figlio morisse sulla croce. La scelta di seguire il Signore comporta anche delle prove e dei sacrifici lungo il cammino che non devono certamente essere considerati come delle penitenze (perché Dio non si compiace del nostro dolore) bensì come dei momenti necessari per la nostra crescita spirituale: "Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate, sapendo che la prova della vostra fede produce costanza. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti" (Giacomo 1:1-4). Il Signore dunque non ci tenta ma ci può mettere alla prova per darci modo di avanzare nella fede; ovviamente il grado di difficoltà delle prove messeci davanti da Dio è in rapporto ai pesi che siamo in grado di sopportare: "Nessuna tentazione vi ha còlti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscirne, affinché la possiate sopportare" (1Corinzi 10:13). Altri grandi uomini di Dio si trovarono a confrontarsi con delle richieste di sacrificio personale provenienti dal Signore ma nessuno ebbe lo stesso grado di obbedienza mostrato da Abramo. Quando egli ricevette questo compito tremendo non imitò Mosé che cercò delle scuse per non assumersi la responsabilità di liberare Israele dalla schiavitù egiziana e non fece neppure come Giona che in un primo tempo fuggì per non svolgere il suo incarico di predicare a Ninive e a differenza di Giobbe non si lasciò scappare neppure un lamento nei confronti di Dio per il peso della sua prova. Il sacrificio che siamo chiamati a compiere deve essere fatto non solo con il cuore ma anche con la mente. Infatti Dio fece in modo che Abramo ebbe ben tre giorni di cammino prima di compiere il sacrificio di suo figlio e quindi avrebbe avuto tempo e modo per meditare a fondo se compiere o meno questo sacrificio. Anche quando sembrava non ci fosse più speranza, Abramo aveva comunque mantenuto la consapevolezza che il Signore avrebbe provveduto perché aveva sperimentato nella sua vita che tutte le cose, anche le più dolorose, cooperano al bene di chi ama il Signore. Il sacrificio può sembrare molto doloroso, ma alla fine viene sempre premiato con qualcosa di maggior valore rispetto a quanto sacrificato. Quello che doveva rappresentare il massimo dolore della vita di Abramo si trasformò quindi in gioia (perché Isacco fu preservato) e proprio grazie alla sua obbedienza Abramo ricevette grandi benedizioni da Dio: "Tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza, perché tu hai ubbidito alla mia voce". (Genesi 22:18)
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